Vogliamo segnalare la serata dell’8 luglio 2026, organizzata nell’ambito di UdinEstate 2026 dalla Società Filosofica Italiana – Sezione FVG dedicata a due poetesse: Elsa Buiese e Geda Jacolutti.

Gli interventi dei due relatori hanno presentato queste due figure di grande spessore culturale ed umano fornendo interpretazioni di taglio critico molto importanti.
Abbiamo chiesto al Prof. Enrico Petris la possibilità di poter inserire in questo spazio una sintesi del suo intervento e permettere a tutti di conoscere ed approfondire.
Elementi filosofici nella poesia di Elsa Buiese
Cercare di individuare spunti filosofici all’interno dei testi di Elsa Buiese è naturalmente operazione che, nell’occasione di una rassegna con intenti divulgativi, si può fare quasi esclusivamente attraverso un sondaggio, meglio ancora, una specie di carotaggio nei testi poetici. Per fare questo sondaggio ricorro a Gérard Genette, ovverosia al maestro del paratesto, cioè di tutto ciò che sta fuori da un testo, a partire dal titolo, dalle dediche, dalle prefazioni autografe o allografe, ma anche dagli esergo, cioè quelle citazioni, per lo più, che si trovano ad inizio del libro o che si possono anche trovare in testa ai capitoli, appena sotto il titolo, in genere allineate a destra.
In tutti e tre i primi volumi di Elsa Buiese ci sono degli esergo. Di Incerte sono le parole, l’esergo è tratto dalla poetessa Emily Dickinson:
“It is the ultimate of talk,
the impotence to tell”,
che credo si possa tradurre pressappoco così. È l’essenza finale, (the ultimate), il modo definitivo in cui si produce un discorso. Questo modo definitivo del discorso è l’impotenza del dire. Ci stiamo avvicinando all’idea dell’impossibilità della parola che sta sotto la poetica di Elsa Buiese.
Ancora più impegnativo è l’esergo che si trova all’interno del secondo volume, cioè Tasint peraulis smenteadis. Questa volta lo si deve a Yves Bonnefoy, che non era proprio un filosofo, ma aveva studiato con Gaston Bachelard, aveva avuto una stagione surrealista, e poi, secondo la moda dell’epoca, era diventato un esistenzialista. Aldilà dei suoi trascorsi intellettuali, è fondamentale per Bonnefoy considerare il compito della poesia come quello di ritrovare il significato originario delle parole. Significato originario che si trova soprattutto nell’infanzia e che poi viene sovraccaricato di altre intenzioni semantiche dalle abitudini e dalle istituzioni.
L’esergo tratto da Bonnefoy recita così:
‘Parole proche de moi, que chercher sinon ton silence?’
che si può tradurre così: parola prossima a me, che cosa cercare se non il tuo silenzio?
Ed infine, ed è su questo che rifletteremo appena un po’ di più, c’è l’esergo di Lapsus, la terza raccolta di Elsa Buiese. L’esergo di Lapsus questa volta viene proprio da un filosofo di professione, quale è stato Jacques Derrida. È tratta da un saggio contenuto all’interno di uno dei suoi libri più famosi L’écriture et la différence (tradotto in italiano da Gianni Pozzi, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1982, p. 89)
“Il y a un lapsus essentiel entre les significations qui n’est pas la simple et positif imposture du mot ni même la mémoire notturne du langage’.
Si potrebbe tradurre così: Esiste un lapsus essenziale tra le significazioni, che non è la semplice e positiva impostura di una parola e neppure la memoria notturna del linguaggio.
Tento di spiegare quello che, secondo me, intende dire qui Derrida e in che senso poi Elsa Buiese se ne appropria.
Se tralasciamo l’uso che il termine ha nella psicanalisi, e ne prendiamo il significato letterale, allora lapsus è ciò che dimentichiamo. In latino, ‘labi’ significa scivolare, quindi il lapsus è ciò che dimentichiamo o anche ciò che ci scivola via. Questo lapsus, che dimentichiamo, che scivola via e che non viene trattenuto dalla nostra intenzionalità, è essenziale al significato.
Significare non è semplicemente dare un’etichetta alle cose. Significare non è dare o imporre un nome. Derrida parla di impostura, cioè di falso. Noi potremmo essere un po’ più moderati e parlare di imposizione di un nome alla cosa. Significare non è nominare, ma non vuol dire neanche che l’impossibilità di nominare perfettamente la cosa apra il campo all’oscurità, alla memoria notturna di cui parla, a quella memoria notturna che non è rappresentabile ed è la memoria de tout langage, cioè di tutto il linguaggio. Qui langage è al singolare, quindi si tratta del linguaggio nella sua struttura e funzione di significare, ma anche in quella di non significare. Ecco allora che esiste uno iato, una differenza fondamentale e insanabile, il lapsus appunto, nel significare, che non è né la soluzione tranquilla di un nome, l’imposizione di un nome, l’impostura di un nome, ma non è neppure il fondo cieco della ragione, il buco nero che inghiotte la luce dell’intelligenza. Il significare non coglie l’essenza. Qui, il riferimento è abbastanza diretto e facile al
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
degli Ossi di seppia di Eugenio Montale.
Quindi il significare non coglie l’essenza, ma neppure la fallisce completamente. E quindi il lapsus è il tasint, forse involontario, delle peraulis smenteadis della della seconda silloge. Mentre nell’italiano dell’esordio, si ricorderà, il titolo era Incerte sono le parole. Quindi la parola né coglie l’essenza, ma neppure oscura completamente l’oggetto.
In fondo Elsa Buiese non fa altro che dire le stesse cose negli esergo delle prime tre raccolte. Ricordo i titoli Incerte sono le parole, Tasint peraulis smenteadis e Lapsus. Le parole da incerte diventano dimenticate. Ecco il lapsus. Ecco allora proprio quell’esergo, ecco perché proprio quell’esergo del filosofo Jacques Derrida.
E del resto, quando nel 2001 venne dedicato ad Elsa Buiese un premio nazionale di poesia e un libro sulla sua opera, questo libro non a caso era intitolato Parole incompiuti segni.
A questo punto io credo che si possa legittimamente dire che siamo all’interno di una riflessione di carattere filosofico, magari di filosofia del linguaggio, ma pur sempre di filosofia.
[Enrico Petris]
Il vivace dialogo tra la giornalista/scrittrice Elena Commessatti e il Prof. Petris ha anche permesso di conoscere aspetti e aneddoti personali utili a comprendere caratteristiche e contesto storico di riferimento.
La precisa ed appassionata lettura delle poesie di Cristina Benedetti ha consentito al pubblico di immergersi ed emozionarsi alle diverse impostazioni e sfumature delle due personalità. Bravissima la musicista/cantante Nicole Coceancig nella scelta e nell’interpretazione delle canzoni che ha saputo tenere i legami della tradizione con l’innovazione stilistica.

È importante la scelta che la Sezione FVG della Società Filosofica Italiana ha compiuto nel percorso di valorizzazione di poeti/poetesse e scrittori/scrittrici in Friuli nel secondo novecento.
Il programma degli incontri estivi, curato dal Prof. Enrico Petris, nella varietà delle proposte, aiuta a riscoprire e ad approfondire temi e figure che hanno dato contributi importanti alla cultura del nostro territorio e non solo.
Anche la prima serata è stata importante. La relazione critica su Elio Bartolini e Tito Maniacco, a cura del Prof. Mario Turello, ha saputo inquadrare e dare approfondimento critico della produzione poetica e letteraria dei due grandi intellettuali friulani. La lettura di Stefano Rizzardi e la musica e il canto di Giuliano ed Alessio Velliscig ha aggiunto valore.
Occasioni per imparare in modo diverso e stimoli ad approfondire.
Per un ulteriore approfondimento si consiglia la lettura integrale della relazione del Prof. Enrico Petris “DISTILLATI FILOSOFICI NEI PARATESTI DI ELSA BUIESE” a questo indirizzo www.sfifvg.eu – Sezione INTERVENTI.
Ringraziamo, di cuore, la Società Filosofica Italiana – Sezione FVG e il Prof. Enrico Petris della disponibilità e collaborazione.




















































